CICLO NATURALE E REPONSABILITA’

Sento spesso dire che l’uomo, con la sua attività, è la rovina del “ciclo naturale”, un ostacolo al suo equilibrio fatto di flora, fauna e clima. Personalmente, invece, credo che l’uomo sia parte integrante del ciclo naturale, e l’entità del suo operato è solo relativamente giudicabile. Sono convinto, piuttosto, che l’uomo sia la specie più incisiva e decisiva. Non ho mai visto, infatti, un leone istituire allevamenti di bovini per saziare sé e i suoi cuccioli, evitando alle povere leonesse la sfacchinata della caccia, tanto c’è il macellaio dietro l’angolo. Non ho mai neanche visto un’antilope su una Fiat per sfuggire alla fame del ghepardo, né un ghepardo, troppo vecchio per cacciare, su una Ferrari per inseguire la Fiat dell’antilope. Non ho mai sentito parlare di orsi polari organizzati in strutture fornite di aria condizionata tutto l’anno, magari con apposite aree per foche ed elefanti marini, con le volpi artiche a fare da cameriere ai predatori più grossi che giocano a carte nei salottini. E neanche ho mai visto un panda impegnarsi per la salvaguardia dell’uomo col gene dai capelli rossi, che secondo una voce ricorrente sarebbe in via di estinzione.

C’è poc’altro da dire per rendere l’idea: certamente non per meriti fisici, ma l’uomo, non come individuo ma come specie, è in natura l’animale più incisivo, il predatore più affinato ed efficiente. Dicendo che l’uomo è parte integrante del ciclo vitale degli esseri viventi, voglio dire che, condivisibile o meno, l’attività umana va considerata alla stregua del modus operandi di ogni altra specie terrestre, animale o vegetale che sia.

Facciamo chiarezza. Basta un giro sul web per rendersi conto che una delle cause principali di quasi tutti i rischi di estinzione animale è l’attività umana, caratterizzata dalla distruzione degli habitat naturali di centinaia di esseri viventi per l’espansionismo urbano o sfruttamento delle risorse primarie. Ma basta un giro all’Orto Botanico di Napoli per rendersi conto che così come nel mondo non sembra più esserci posto per il panda a causa dell’uomo, così nel meraviglioso spazio verde di via Foria non c’è più posto per i pesciolini rossi a causa del gatto.

Mutatis mutandis, quello che voglio dire, è che esiste un parallelismo significativo tra panda e pesce rosso. Così com’è nella natura del gatto afferrare con le unghie e mordicchiare oggetti di colore chiaro che sguazzano nelle fontane, così è nella natura umana ragionare in ottica di espansione, guadagno. Antropocentrismo puro. L’uomo, in quest’ottica, sarebbe vittima della propria natura egoistica, da accettare come caratteristica naturale, come l’istinto del gatto che afferra e uccide i pesci.

 Oggettivamente, il danno compiuto dall’uomo con l’uccisione di una tigre siberiana per la sua pelliccia ha stesso valore della mosca intrappolata dalla tela del ragno e non mangiata, o dai cimiteri di lucertole che ogni mattina ci fa trovare in giardino il nostro gatto. Stesso danno ma valore diametralmente opposto.

L’uomo è, sì, parte integrante del ciclo naturale, ma con il suo intelletto, la sua scienza, la sua filosofia etica, ha anche ampia voce in capitolo in questo stesso ciclo, divenendone qualche volta perfino timoniere. A differenzia del resto degli animali, insite nelle scelte dell’uomo vi sono coscienza e responsabilità. Se la morte del pesce ad opera del felino è risultato dell’istinto, alla base dell’agire umano vi è la scelta.

E se come scrisse Kierkegaard “vivere significa avere la possibilità di poter scegliere”, che giungano presto i tempi in cui l’uomo interrogherà se stesso sulle sue responsabilità, e si domanderà se davvero caccia ad avorio e pellicce e trivellazioni incontrollate valgono lo spettacolo di un cucciolo di tigre o un branco di delfini che accompagna le nostre barche coi solo salti mozzafiato. 

Autore: Vincenzo Coppola (WildLifeExplorers)

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